Questa
età è propriamente
l’età del sudore, della collera
e dell’insonnia
della trepidazione, dei
temporali
della più grande
amarezza della vita.
Hölderlin
Chiamerò
Manrico, Chiara e Marco tre personaggi di una storia vera, solo in parte
desolante. I tre erano un tempo gli amici che amavo, prima che le nostre
strade, senza un visibile perché, si dividessero per sempre.
Mi piace togliere dalle cicatrici del ricordo, alcuni passi di queste
pensose esistenze.
“
Mio padre mi tiene per la mano mentre andiamo. Le mie piccole dita nelle
sue così grandi. Io davanti a figure gigantesche, la visione immensa
. La mia prima volta al cinema”. La visione arriva a Manrico assolutamente
nitida e precede una riflessione a voce alta: - Chissà come, mio
padre mi avrebbe voluto adulto.
- Ma cosa dici… – Lo rimbrotta dolcemente Marco.
Anche
oggi, come tutti i giorni Manrico ha lasciato il tavolo da lavoro per
sedere accanto alla finestra, nel suo studio eternamente in penombra.
Il ticchettio costante della pioggia lo aveva fatto scivolare, assorto,
in quell'immagine lontana.
Adesso la pioggia scroscia e batte, batte furiosamente. E’ rumore.
Il pomeriggio è ancora lungo in via S. Orsola, un budello che in
una delle estremità si restringe sboccando sul Borgo Stretto.
Non c’è niente o quasi, solo l’ingresso di qualche
abitazione, un paio di studi tecnici, e fondi vuoti. Pochi passanti, a
intervalli lunghi e irregolari. E dunque, quasi non si direbbe possa arrivarvi
il frastuono del centro di Pisa, invaso dai turisti poco prima impegnati
in misura seriale, a fotografarsi a vicenda con le mani a reggere la Torre.
Sembrerebbe impossibile immaginare che a pochi passi c’è
la movimentata Piazza Garibaldi, dove l’occhio ricongiunge lo sguardo
tra il Lungarno Mediceo e quello Gambacorti.
Via S. Orsola è una viuzza non troppo lurida ma triste, eppure
a ritrovarcisi dopo aver lasciato la folla ingombrante, costituisce a
ben vedere un piacevole rifugio.
Manrico vive al 14°, piano terzo.
“
Ma cosa dici”, la voce di Marco echeggia nei suoi pensieri. Come
ha fatto a dimenticarsi della sua presenza? – Tu sei qui…
– A questo punto Manrico gli dice.
Fa ancora fatica a riprendersi da quella temporanea assenza. Marco si
rende conto della confusione dell’amico, e non aggiunge nulla. Poi
dopo qualche minuto in cui entrambi sono rimasti in silenzio, Manrico
serra lo sguardo e quasi sussurrando a se stesso: - Piove, perché
sono qui? Sto bene qui, mentre fuori l'acqua cade senza sosta? I miei
pensieri non crepitano come la pioggia che batte sui vetri?
Sono inerte e infelice. Proprio in questo momento. Perché non credo
a questo riparo, e so pure che non sarà eterno.
Marco
era abituato a queste uscite dell’amico. Lo aveva infatti soprannominato
“Traccia”.
- Se vuoi che ti dica che comprendo ciò che dici, volentieri, però
non ti capisco. – Questa volta Marco si decide a far risentire la
sua presenza, non ha voglia di assecondare Manrico. - Intuisco però
che quasi quasi vorresti giustificare questo tuo stato d’animo con
la pioggia.
- No, non dico questo, anche se c'è una parte di verità
nella tua supposizione. L'elemento naturale riduce lo spazio di vitalità
e dunque fa sentire l'uomo succube di forze a lui esterne e terribilmente
estranee. Tutti noi subiamo questa sgradevole avventura.
Marco
torna sui suoi passi e decide di cedere, per non dargli occasione di allargare
oltremisura il discorso. Si aspetta infatti che Manrico continui a esternare
il filo dei suoi pensieri, lo conosce fin troppo bene. Ma sa anche che,
con un minimo lavoro di sottrazione dai suoi strani excursus verbali,
si finisce sempre per trovare qualcosa di stimolante in cui potersi anche
rispecchiare.
-
La finestra di una stanza, il finestrino di un'auto. Anche su un treno
bisogna che ci sia a tutti i costi un'apertura - pausa - tanto più
si entra in sé stessi. Questo è il vero punto, non tanto
la pioggia. - dice Manrico rispondendo in questo modo al rilievo di Marco.
- Credi sia inevitabile? – questi di rimando.
Poi
il discorso tra i due prosegue sciolto. E' Manrico a riprendere.
- Sai da quanto tempo cerco di concludere l'iter di un ragionamento interiore
sconosciuto, non necessariamente intimo, seduto accanto a un'apertura?
E' diventata un'ossessione che ingrandisce giorno dopo giorno.
- Cosa?
- Ricostruire il mio passato, da zero a vent'anni. Pensa, ho cercato anche
di ricostruire la storia della mia famiglia ma non è tempo questo
per me, di edificare saghe.
Voglio perdermi nel delirio dell’interrogativo.
Perché sono qui? Non avverto soltanto un profondo senso di inutilità.
Soprattutto dico quanto sia inutile porsi questa domanda.
Anche
con questi salti di discorso, al limite della comprensibilità,
a Marco adesso tocca tornare a familiarizzare. E poi l’ulteriore
scarto: - Sono invece sempre assalito dal passato con Chiara.
E’ lacerante il ritorno di memoria della mia vita con lei, mi sovrasta
fino a farmi fisicamente male.
Ricordo la notte, quando sentiva il sonno arrivare, lei si girava verso
di me. Si raggomitolava e sentivo le sue ginocchia contro il fianco. Aveva
preso quest'abitudine e sin dall'inizio non avevo osato farle notare che
in questo modo rendeva il mio sonno abbastanza scomodo.
Mi piaceva però sentirla contro di me, anche se solo per questo
non avrei voluto pagare quel prezzo in termini di veglia. Però
mi rendevo conto che lei ne aveva proprio bisogno, e finivo per sentirmi
felice nell'accontentarla. Dopotutto ho altro di cui lamentarmi, quando
poggio la testa sul cuscino.
Mi
colpiva sempre che Manrico, quando parlava della sua storia con Chiara
tendeva a non stancarsi mai di raccontarla, sempre uguale a se stessa
ma ogni volta con particolari nuovi. A volte sorgevano seri dubbi sulla
misura in cui tutto fosse andato come lui lo descriveva.
-
Ci eravamo conosciuti in una circostanza molto banale.
Come quasi tutti i giorni ero diretto al supermercato. Quella mattina
era una delle poche che in quella stagione si presentava piovosa. Non
prendevo mai la scorciatoia, nonostante il traffico intenso preferivo
la strada principale perché ho bisogno di sentire le voci, i rumori
della folla, intanto che concentro i miei pensieri su qualcosa che mi
gira nella testa. Quand'è così preferisco non lambiccarmi
il cervello sul da farsi. Resto in fila aspettando che la situazione si
sblocchi.
Ma quella mattina, come d’obbligo nelle giornate piovose, il traffico
procedeva peggio del solito. Vedevo un bel po' di auto a un certo punto
fare inversione e tornare indietro.
Decisi in un baleno, e senza sapere perché, feci manovra anch'io,
dopo pochi metri svoltai schizzando per la scorciatoia, una stradina che
porta all’ingresso secondario del supermercato.
Sul marciapiede una figura di donna che vedevo di spalle mi colpì.
Si era infilata una mano sotto la maglia scoprendo non poco la schiena.
Questione di pochi attimi poi, mistero, la mano venne ritirata. Ma fu
quanto bastò per provare un brivido imprudente.
Provai ad immaginare le sensazioni che poteva darle la pioggia che finiva
contro la sua pelle.
Io avrei voluto essere quella pioggia. Vorrei ancora oggi, essere quella
pioggia.
Banale,
schifosamente banale vero? Difficile raccontarlo anche se riguarda un
proprio simile. Le famose storie sulle famose foglie che il vento…,
ci si avverte da subito terribilmente patetici!
Ma se è quello che si prova veramente e intensamente, perché
vergognarsene?
Bisognava forse che Manrico si nascondesse, dopo l'incontro con lei? per
sopprimere la banalità che si sarebbe insinuata fra le pieghe delle
solite cose, il primo appuntamento?
Da manuale. Ma non è forse così che funziona? Eppure è
proprio con questo sistema che l'amore fa impazzire e dannare allo stesso
tempo.
-
Forse ti imbarazza che te ne parli in questo modo, Marco. – dice
Manrico.
- No, per niente. Sono passati così tanti anni. E poi lo sai che,
se non sempre tutto era facile da vivere, nella sostanza io non ho vissuto
problemi di gelosia ossessiva.
No Manrico, la cosa in sé non mi creava e non mi crea questi problemi.
Anzi mi fa piacere che tu me ne parli in questo modo, perché Chiara
è stata capace di regalare così tanta dolcezza a entrambi
che questa si riverbera in noi non tanto nel ricordo, ma come sensazione
viva e a volte pressante, nel presente.
“Anch’io
ho dei ricordi”. Marco si interrompe e parla solo dentro di sé,
per una sorta di improvviso, inspiegabile pudore verso l’amico.
“Animi puri, con Chiara in quel periodo spesso sbarcavamo dal violento
caos di via S. Martino sulle panchine della parallela piazza Gambacorti.
Un piccolo spazio tranquillo e luminoso, dove dimenticavamo le debolezze,
il dolore degli incerti, inanellando lunghi racconti di noi stessi, dei
sogni da sfamare. Per non sapere più niente del mondo”.
E
qui ancora oggi sostano in permanenza, per una piccola elemosina, le melodie
della fisarmonica a cui presto si sovrappongono le sirene delle ambulanze.
Marco
ricorda le tante volte in cui nessun rumore di passi si sentiva sul selciato,
i piedi nudi sembravano quasi non poggiare al suolo: il gran caldo dei
pomeriggi estivi faceva camminare molto più in fretta. E saltando
poi sui muretti dei lungarni, in quelle notti Marco e Chiara non avrebbero
mai potuto immaginare che era questa la felicità! Camminare mano
nella mano, correre, inciampare, arrivare quasi a cadere, restando alla
fine in equilibrio grazie alle spallate dell'uno e dell'altra.
Questi sono i giorni che si pensa niente e nessuno potrebbero mai cancellare.
L’utilità di vivere però si scontra sempre con la
realtà.
–
E poi mi ero innamorato di lei in una sorta di risveglio di consapevolezza,
per la sua capacità di formulare con estrema lucidità le
questioni di fondo in modo risolutivo, di una nitidezza sfrontata e cruda.
Questa era la donna con la quale avrei voluto condividere questa vita.
– Marco si è rivolto adesso a Manrico.
Una
volta, con raffiche di parole essenziali Chiara aveva detto tutto, su
tutto.
“La realtà è lì perché io te ne possa
parlare. Questo raccontare la realtà è lo strumento della
conoscenza. Tu conosci me. Ma io, come posso conoscere te?
Come ho fatto a imbattermi in te? e come questo può portare a un
incontro, al fatto che io ti incontri?
E’ in questo, tra l’altro, che consiste la mia libertà:
nel poterti incontrare.
E’ perché esisti tu, e io godo del tuo incontro che posso
essere libera”.
In
effetti, Chiara era la donna che scegliendo aveva rimesso in ballo se
stessa e pezzi della propria vita con entrambi. Prima con Manrico, poi
con Marco. Con il quale, come spesso avviene, la storia era nata inizialmente
con un colpo di testa.
Col tempo Chiara aveva realizzato che se con Marco era nato qualcosa di
forte, l’amore con Manrico per quanto ridimensionato, non era mai
venuto meno.
Non dovevano esserci indecisioni sul rifiuto dei divieti. Su sua sollecitazione,
a un certo punto i tre considerarono che avrebbero potuto tentare di vivere
una forma di partecipato scambio dell’amore fra di loro. Cosa in
cui riuscirono per un po’ di mesi, poi Chiara prima esaurì
la sua attenzione per Manrico, e dopo un po’ lasciò anche
Marco.
L’abbandono di scena da parte di Chiara aveva spento l’incendio
d’essere nel quale sentimenti, emozioni e gesti quotidiani si erano
intrecciati e consumati su un fondale ormai di insofferenze reciproche.
“Non
smettere”.
Ripetutamente una voce dentro di me lo sussurra ormai da mesi.
Perché desiderare di vivere a tutti i costi.
Perché voler guarire in ogni modo da una malattia che non lascia
scampo.
“Non smettere”.
Scomparve lasciando l’Italia, per come girò voce, e non dette
più notizie fino a quel giorno, in cui Marco, dopo chissà
quanto, va a casa di Manrico perché entrambi hanno ricevuto un
biglietto di Chiara che riporta le poche frasi.
Marco
e Manrico rimangono inizialmente commossi da una comunicazione di quel
tipo che su loro rimbalza come contraddizione feroce e dilaniante. Sperano
proprio che Chiara spieghi di persona cosa vuole dire veramente, in quel
modo triste e oscuro insieme.
E’ riferito a conclusioni sulla sua vita oppure si è sul
serio ammalata gravemente?
Il
giorno dopo, come a volerli anticipare, ricevono un altro biglietto in
cui alla fine prega entrambi di incontrarla.
“Sarà
questa città che tutto il mondo ci invidia; può essere che
qui la grandezza delle sue bellezze fermi il tempo nell’immobile
statuaria. E’ proprio qui che non è possibile essere felici”
.
Marco
e Manrico decidono dunque che si vedranno a casa di quest’ultimo.
Cosa li attende è impossibile sapere nei dettagli. Solo qualche
anno fa ragazzi spensierati, adesso esistenze andate come frecce, ognuno
farà la sua parte.
Alla fine di vicolo Quarantotti attraverso il pezzetto di strada e mi
ritrovo all’osteria dell’Antico Forno di Vicolo dei Tidi,
uno di quei luoghi urbani apparentemente senza vita. Qui però,
il calore di un pezzo di focaccia e un bicchiere di rosso, mi attendono
fedeli. Io continuo a venirci come sempre a tutte le ore, ogni giorno.
Posso ritornare. Tanto a casa non c’è nessuno. Nessuno mi
aspetta, mia moglie se n’è andata. Non ho figli, né
fratelli o sorelle non più. E’ così, capite?
Ma non dovete pensare che da solo sto male, anzi! Niente di che! Soltanto,
per starmene bene da solo ho bisogno di tanta gente intorno. E’
per questo che non manco mai di passare dal vicino formicaio del mercato
in piazza Vettovaglie. E’ per questo che sono qui.
E
penso e ripenso a un sogno ricorrente di cui sono preda da bambino. E
ancora adesso che provo a raccontarvelo, è come se… come
se stessi per riviverlo alla perfezione come realtà. Come la prima
volta.
E’
il cancello. Lo sto chiudendo ora. Lo sto facendo. Ora. Ma sono dietro
o davanti il cancello?
Pochi istanti fa ero davanti a un cancello. Ora sono dietro il cancello.
Ma dunque, prima dov’ero?
Prima. Un respiro profondo. Devo decifrare questo qualcosa sconosciuto.
Quella
è una finestra. Da qui guardo la finestra chiusa. Non vedo la strada
sottostante. E quella è sempre una finestra. Perché il mio
sguardo si è fissato su di essa? Anche alla mia sinistra c’è
un’apertura.
Diremmo
a questo punto che la mente non riuscirà a provocare altre sfide
senza scopo, a biografie che nella loro riscrittura pesano di più.
Sono
le otto in punto. Chiara è giù, davanti al portone di Manrico.
Resta immobile e pensierosa per una fila di minuti che sembrano interminabili
poi con calma assoluta, decide di andar via.
Sotto una pioggia che ha ripreso forte e incessante, mentre cammina a
vuoto per le strade si accorge che alla fine è contenta così.
Non si sente libera ma è felice. Torna a casa e in piedi davanti
alla finestra, prova un senso di benessere appagante. Fuori l’aria
della sera è seminascosta da una pioggerellina fitta fitta.
Una domanda intanto sboccia come un fiore vuoto nel corpo di lei: - Piove,
cosa ci faccio qui?
Manrico e
Marco aspettano. Chiara non arriva.
FINE
compare in PISANTHOLOGY, Giulio Perrone Editore (2007)