A VOLTE IL TEMPO FINISCE, LA VIA E' BIANCA......

A marzo, nell’unica osteria di Brnove, da quel che veniva rappresentato tutti gli anni nella festa del paese, sdraiata sulla panca sotto la finestra, la persona che tutti aspettevamo mostrava i suoi polsi. Chiamava i bambini e le bambine stringendoli a sé con forza, mentre agli adulti dettava una teoria molto severa sulla conversazione.

A occhi chiusi, descriveva ogni angolo del locale, il sorriso grigio del vecchio, le mani di brezza della donna, le scarpe dell’uomo dagli occhi vuoti. L’oste dietro al banco osservava la scena e, senza far niente, aspettava la verità. Alle sue spalle, sulla parete piena di avvisi, conti, fotografie, spiccava un grande pannello impolverato.

Mi alzai dal tavolo, mi diressi verso il pannello e lo staccai senza che nessuno se ne stupisse, tolsi un’enorme quantità di polvere poi, raggiunta la finestra, la aprii e nonostante il vento ancora gelido, mi sporsi in fuori, e con me il pannello che tenevo a braccia tese, rivolto dalla parte della scritta verso l’esterno. Dunque lessi. Arrossisci di poesia?

2007


 

 

APERTURE

Questa età è propriamente
l’età del sudore, della collera
e dell’insonnia
della trepidazione, dei
temporali
della più grande
amarezza della vita.

Hölderlin


Chiamerò Manrico, Chiara e Marco tre personaggi di una storia vera, solo in parte desolante. I tre erano un tempo gli amici che amavo, prima che le nostre strade, senza un visibile perché, si dividessero per sempre.
Mi piace togliere dalle cicatrici del ricordo, alcuni passi di queste pensose esistenze.

“ Mio padre mi tiene per la mano mentre andiamo. Le mie piccole dita nelle sue così grandi. Io davanti a figure gigantesche, la visione immensa . La mia prima volta al cinema”. La visione arriva a Manrico assolutamente nitida e precede una riflessione a voce alta: - Chissà come, mio padre mi avrebbe voluto adulto.
- Ma cosa dici… – Lo rimbrotta dolcemente Marco.

Anche oggi, come tutti i giorni Manrico ha lasciato il tavolo da lavoro per sedere accanto alla finestra, nel suo studio eternamente in penombra. Il ticchettio costante della pioggia lo aveva fatto scivolare, assorto, in quell'immagine lontana.
Adesso la pioggia scroscia e batte, batte furiosamente. E’ rumore. Il pomeriggio è ancora lungo in via S. Orsola, un budello che in una delle estremità si restringe sboccando sul Borgo Stretto.
Non c’è niente o quasi, solo l’ingresso di qualche abitazione, un paio di studi tecnici, e fondi vuoti. Pochi passanti, a intervalli lunghi e irregolari. E dunque, quasi non si direbbe possa arrivarvi il frastuono del centro di Pisa, invaso dai turisti poco prima impegnati in misura seriale, a fotografarsi a vicenda con le mani a reggere la Torre.
Sembrerebbe impossibile immaginare che a pochi passi c’è la movimentata Piazza Garibaldi, dove l’occhio ricongiunge lo sguardo tra il Lungarno Mediceo e quello Gambacorti.
Via S. Orsola è una viuzza non troppo lurida ma triste, eppure a ritrovarcisi dopo aver lasciato la folla ingombrante, costituisce a ben vedere un piacevole rifugio.
Manrico vive al 14°, piano terzo.

“ Ma cosa dici”, la voce di Marco echeggia nei suoi pensieri. Come ha fatto a dimenticarsi della sua presenza? – Tu sei qui… – A questo punto Manrico gli dice.
Fa ancora fatica a riprendersi da quella temporanea assenza. Marco si rende conto della confusione dell’amico, e non aggiunge nulla. Poi dopo qualche minuto in cui entrambi sono rimasti in silenzio, Manrico serra lo sguardo e quasi sussurrando a se stesso: - Piove, perché sono qui? Sto bene qui, mentre fuori l'acqua cade senza sosta? I miei pensieri non crepitano come la pioggia che batte sui vetri?
Sono inerte e infelice. Proprio in questo momento. Perché non credo a questo riparo, e so pure che non sarà eterno.

Marco era abituato a queste uscite dell’amico. Lo aveva infatti soprannominato “Traccia”.
- Se vuoi che ti dica che comprendo ciò che dici, volentieri, però non ti capisco. – Questa volta Marco si decide a far risentire la sua presenza, non ha voglia di assecondare Manrico. - Intuisco però che quasi quasi vorresti giustificare questo tuo stato d’animo con la pioggia.
- No, non dico questo, anche se c'è una parte di verità nella tua supposizione. L'elemento naturale riduce lo spazio di vitalità e dunque fa sentire l'uomo succube di forze a lui esterne e terribilmente estranee. Tutti noi subiamo questa sgradevole avventura.

Marco torna sui suoi passi e decide di cedere, per non dargli occasione di allargare oltremisura il discorso. Si aspetta infatti che Manrico continui a esternare il filo dei suoi pensieri, lo conosce fin troppo bene. Ma sa anche che, con un minimo lavoro di sottrazione dai suoi strani excursus verbali, si finisce sempre per trovare qualcosa di stimolante in cui potersi anche rispecchiare.

- La finestra di una stanza, il finestrino di un'auto. Anche su un treno bisogna che ci sia a tutti i costi un'apertura - pausa - tanto più si entra in sé stessi. Questo è il vero punto, non tanto la pioggia. - dice Manrico rispondendo in questo modo al rilievo di Marco.
- Credi sia inevitabile? – questi di rimando.

Poi il discorso tra i due prosegue sciolto. E' Manrico a riprendere.
- Sai da quanto tempo cerco di concludere l'iter di un ragionamento interiore sconosciuto, non necessariamente intimo, seduto accanto a un'apertura?
E' diventata un'ossessione che ingrandisce giorno dopo giorno.
- Cosa?
- Ricostruire il mio passato, da zero a vent'anni. Pensa, ho cercato anche di ricostruire la storia della mia famiglia ma non è tempo questo per me, di edificare saghe.
Voglio perdermi nel delirio dell’interrogativo.
Perché sono qui? Non avverto soltanto un profondo senso di inutilità. Soprattutto dico quanto sia inutile porsi questa domanda.

Anche con questi salti di discorso, al limite della comprensibilità, a Marco adesso tocca tornare a familiarizzare. E poi l’ulteriore scarto: - Sono invece sempre assalito dal passato con Chiara.
E’ lacerante il ritorno di memoria della mia vita con lei, mi sovrasta fino a farmi fisicamente male.
Ricordo la notte, quando sentiva il sonno arrivare, lei si girava verso di me. Si raggomitolava e sentivo le sue ginocchia contro il fianco. Aveva preso quest'abitudine e sin dall'inizio non avevo osato farle notare che in questo modo rendeva il mio sonno abbastanza scomodo.
Mi piaceva però sentirla contro di me, anche se solo per questo non avrei voluto pagare quel prezzo in termini di veglia. Però mi rendevo conto che lei ne aveva proprio bisogno, e finivo per sentirmi felice nell'accontentarla. Dopotutto ho altro di cui lamentarmi, quando poggio la testa sul cuscino.

Mi colpiva sempre che Manrico, quando parlava della sua storia con Chiara tendeva a non stancarsi mai di raccontarla, sempre uguale a se stessa ma ogni volta con particolari nuovi. A volte sorgevano seri dubbi sulla misura in cui tutto fosse andato come lui lo descriveva.

- Ci eravamo conosciuti in una circostanza molto banale.
Come quasi tutti i giorni ero diretto al supermercato. Quella mattina era una delle poche che in quella stagione si presentava piovosa. Non prendevo mai la scorciatoia, nonostante il traffico intenso preferivo la strada principale perché ho bisogno di sentire le voci, i rumori della folla, intanto che concentro i miei pensieri su qualcosa che mi gira nella testa. Quand'è così preferisco non lambiccarmi il cervello sul da farsi. Resto in fila aspettando che la situazione si sblocchi.
Ma quella mattina, come d’obbligo nelle giornate piovose, il traffico procedeva peggio del solito. Vedevo un bel po' di auto a un certo punto fare inversione e tornare indietro.
Decisi in un baleno, e senza sapere perché, feci manovra anch'io, dopo pochi metri svoltai schizzando per la scorciatoia, una stradina che porta all’ingresso secondario del supermercato.
Sul marciapiede una figura di donna che vedevo di spalle mi colpì. Si era infilata una mano sotto la maglia scoprendo non poco la schiena. Questione di pochi attimi poi, mistero, la mano venne ritirata. Ma fu quanto bastò per provare un brivido imprudente.
Provai ad immaginare le sensazioni che poteva darle la pioggia che finiva contro la sua pelle.
Io avrei voluto essere quella pioggia. Vorrei ancora oggi, essere quella pioggia.

Banale, schifosamente banale vero? Difficile raccontarlo anche se riguarda un proprio simile. Le famose storie sulle famose foglie che il vento…, ci si avverte da subito terribilmente patetici!
Ma se è quello che si prova veramente e intensamente, perché vergognarsene?
Bisognava forse che Manrico si nascondesse, dopo l'incontro con lei? per sopprimere la banalità che si sarebbe insinuata fra le pieghe delle solite cose, il primo appuntamento?
Da manuale. Ma non è forse così che funziona? Eppure è proprio con questo sistema che l'amore fa impazzire e dannare allo stesso tempo.

- Forse ti imbarazza che te ne parli in questo modo, Marco. – dice Manrico.
- No, per niente. Sono passati così tanti anni. E poi lo sai che, se non sempre tutto era facile da vivere, nella sostanza io non ho vissuto problemi di gelosia ossessiva.
No Manrico, la cosa in sé non mi creava e non mi crea questi problemi. Anzi mi fa piacere che tu me ne parli in questo modo, perché Chiara è stata capace di regalare così tanta dolcezza a entrambi che questa si riverbera in noi non tanto nel ricordo, ma come sensazione viva e a volte pressante, nel presente.

“Anch’io ho dei ricordi”. Marco si interrompe e parla solo dentro di sé, per una sorta di improvviso, inspiegabile pudore verso l’amico. “Animi puri, con Chiara in quel periodo spesso sbarcavamo dal violento caos di via S. Martino sulle panchine della parallela piazza Gambacorti. Un piccolo spazio tranquillo e luminoso, dove dimenticavamo le debolezze, il dolore degli incerti, inanellando lunghi racconti di noi stessi, dei sogni da sfamare. Per non sapere più niente del mondo”.

E qui ancora oggi sostano in permanenza, per una piccola elemosina, le melodie della fisarmonica a cui presto si sovrappongono le sirene delle ambulanze.

Marco ricorda le tante volte in cui nessun rumore di passi si sentiva sul selciato, i piedi nudi sembravano quasi non poggiare al suolo: il gran caldo dei pomeriggi estivi faceva camminare molto più in fretta. E saltando poi sui muretti dei lungarni, in quelle notti Marco e Chiara non avrebbero mai potuto immaginare che era questa la felicità! Camminare mano nella mano, correre, inciampare, arrivare quasi a cadere, restando alla fine in equilibrio grazie alle spallate dell'uno e dell'altra.
Questi sono i giorni che si pensa niente e nessuno potrebbero mai cancellare.
L’utilità di vivere però si scontra sempre con la realtà.

– E poi mi ero innamorato di lei in una sorta di risveglio di consapevolezza, per la sua capacità di formulare con estrema lucidità le questioni di fondo in modo risolutivo, di una nitidezza sfrontata e cruda. Questa era la donna con la quale avrei voluto condividere questa vita. – Marco si è rivolto adesso a Manrico.

Una volta, con raffiche di parole essenziali Chiara aveva detto tutto, su tutto.
“La realtà è lì perché io te ne possa parlare. Questo raccontare la realtà è lo strumento della conoscenza. Tu conosci me. Ma io, come posso conoscere te?
Come ho fatto a imbattermi in te? e come questo può portare a un incontro, al fatto che io ti incontri?
E’ in questo, tra l’altro, che consiste la mia libertà: nel poterti incontrare.
E’ perché esisti tu, e io godo del tuo incontro che posso essere libera”.

In effetti, Chiara era la donna che scegliendo aveva rimesso in ballo se stessa e pezzi della propria vita con entrambi. Prima con Manrico, poi con Marco. Con il quale, come spesso avviene, la storia era nata inizialmente con un colpo di testa.
Col tempo Chiara aveva realizzato che se con Marco era nato qualcosa di forte, l’amore con Manrico per quanto ridimensionato, non era mai venuto meno.
Non dovevano esserci indecisioni sul rifiuto dei divieti. Su sua sollecitazione, a un certo punto i tre considerarono che avrebbero potuto tentare di vivere una forma di partecipato scambio dell’amore fra di loro. Cosa in cui riuscirono per un po’ di mesi, poi Chiara prima esaurì la sua attenzione per Manrico, e dopo un po’ lasciò anche Marco.
L’abbandono di scena da parte di Chiara aveva spento l’incendio d’essere nel quale sentimenti, emozioni e gesti quotidiani si erano intrecciati e consumati su un fondale ormai di insofferenze reciproche.

“Non smettere”.
Ripetutamente una voce dentro di me lo sussurra ormai da mesi.
Perché desiderare di vivere a tutti i costi.
Perché voler guarire in ogni modo da una malattia che non lascia scampo.
“Non smettere”.
Scomparve lasciando l’Italia, per come girò voce, e non dette più notizie fino a quel giorno, in cui Marco, dopo chissà quanto, va a casa di Manrico perché entrambi hanno ricevuto un biglietto di Chiara che riporta le poche frasi.

Marco e Manrico rimangono inizialmente commossi da una comunicazione di quel tipo che su loro rimbalza come contraddizione feroce e dilaniante. Sperano proprio che Chiara spieghi di persona cosa vuole dire veramente, in quel modo triste e oscuro insieme.
E’ riferito a conclusioni sulla sua vita oppure si è sul serio ammalata gravemente?

Il giorno dopo, come a volerli anticipare, ricevono un altro biglietto in cui alla fine prega entrambi di incontrarla.

“Sarà questa città che tutto il mondo ci invidia; può essere che qui la grandezza delle sue bellezze fermi il tempo nell’immobile statuaria. E’ proprio qui che non è possibile essere felici” .

Marco e Manrico decidono dunque che si vedranno a casa di quest’ultimo.
Cosa li attende è impossibile sapere nei dettagli. Solo qualche anno fa ragazzi spensierati, adesso esistenze andate come frecce, ognuno farà la sua parte.


Alla fine di vicolo Quarantotti attraverso il pezzetto di strada e mi ritrovo all’osteria dell’Antico Forno di Vicolo dei Tidi, uno di quei luoghi urbani apparentemente senza vita. Qui però, il calore di un pezzo di focaccia e un bicchiere di rosso, mi attendono fedeli. Io continuo a venirci come sempre a tutte le ore, ogni giorno.
Posso ritornare. Tanto a casa non c’è nessuno. Nessuno mi aspetta, mia moglie se n’è andata. Non ho figli, né fratelli o sorelle non più. E’ così, capite?
Ma non dovete pensare che da solo sto male, anzi! Niente di che! Soltanto, per starmene bene da solo ho bisogno di tanta gente intorno. E’ per questo che non manco mai di passare dal vicino formicaio del mercato in piazza Vettovaglie. E’ per questo che sono qui.

E penso e ripenso a un sogno ricorrente di cui sono preda da bambino. E ancora adesso che provo a raccontarvelo, è come se… come se stessi per riviverlo alla perfezione come realtà. Come la prima volta.

E’ il cancello. Lo sto chiudendo ora. Lo sto facendo. Ora. Ma sono dietro o davanti il cancello?
Pochi istanti fa ero davanti a un cancello. Ora sono dietro il cancello. Ma dunque, prima dov’ero?
Prima. Un respiro profondo. Devo decifrare questo qualcosa sconosciuto.

Quella è una finestra. Da qui guardo la finestra chiusa. Non vedo la strada sottostante. E quella è sempre una finestra. Perché il mio sguardo si è fissato su di essa? Anche alla mia sinistra c’è un’apertura.

Diremmo a questo punto che la mente non riuscirà a provocare altre sfide senza scopo, a biografie che nella loro riscrittura pesano di più.

Sono le otto in punto. Chiara è giù, davanti al portone di Manrico. Resta immobile e pensierosa per una fila di minuti che sembrano interminabili poi con calma assoluta, decide di andar via.
Sotto una pioggia che ha ripreso forte e incessante, mentre cammina a vuoto per le strade si accorge che alla fine è contenta così. Non si sente libera ma è felice. Torna a casa e in piedi davanti alla finestra, prova un senso di benessere appagante. Fuori l’aria della sera è seminascosta da una pioggerellina fitta fitta.
Una domanda intanto sboccia come un fiore vuoto nel corpo di lei: - Piove, cosa ci faccio qui?

Manrico e Marco aspettano. Chiara non arriva.

FINE


compare in PISANTHOLOGY, Giulio Perrone Editore (2007)


 

 

CESARE LA' FUORI

Cesare è talmente bello, così infelice… Non giudica mai nessuno e intanto pensa, Siamo qui con intenzione; lacrimano anche i miei fratelli, non vogliono però affondare. Cesare mi dice sempre, ehi, fratello, prendimi un po’ in braccio. E’ un lamento, sì, ma è vivo.
Rispondo che tremo, fra l’altro cerco chiarezza allentando il panico che non mi lascia perdere.
Cesare si illumina, Panico, è panico? È indolore.
Lo riconosco, non ce la faccio più senza risposte, e ho la mente vaga, mi emoziona la mancanza d’aria. Cesare non ha parole di oggi, regole in mano. Ha il suo quaderno di ossessioni, il suo nascondiglio su uno specchio d’acqua.
Cesare, è come all’inizio, come l’acqua si fende, poi l’ora sgronda.


 

 

COSA SUCCEDERA'

La presenza di me stesso prende dimora nella prossimità di giorni sempre nuovi, o forse solo tra quanti è possibile ricavarne da quelli già in atto.
E il mio più indefinibile sogno, per ciò che io possa di più concepire, è vivere in una terra dove si contino “diecimila poeti e alcuni abitanti”.
Diecimila poeti e alcuni abitanti… ho potuto ascoltare, il poco conosciuto e da pochi altri riferito nonché citato, desiderio di un cucciolo.

2008


 

 

DEMOLIZIONI

ILARIA Abita qui vicino.
MARINA Il nome non l’ha detto, allora come si chiama la sua
strada, questo almeno lo sai?
ILARIA Sì, ma non posso dirlo.
MARINA Perché mai?
ILARIA Perché vuole che resti anonima anche questa.
MARINA E’ così autosufficiente?
ILARIA Non ci sono dubbi!
MARINA Ma come fai a esserne
così sicura?
ILARIA Lei appartiene al passato.
MARINA Io sono un'altra.

2008


 

 

FINISCE COSI'

Sono davvero grandi. Non hanno sconfitte da dimenticare, hanno una forza tale… guardano tutto con l’occhio del presente.
Da tre giorni mettono in scena pezzi di favole, come riferimento hanno la vita dell’innocenza, ma l’interesse è per il gioco della stretta. Il figlio, riabbraccia forte la madre, dopo essersi preso un bello spavento. Si era trovato tutt’a un tratto, da solo, per la strada a occhi chiusi. La sorellina tiene stretto per la mano il fratellino più piccolo, dovrà insegnargli a saltare le pozzanghere, se non vuole essere sgridato al ritorno a casa.
Pollicino prende sottobraccio Pinocchio, e insieme spariscono nel bosco.
- Bambini, bambini, bambini. Perché l’infanzia è un tempo di sonno, in attesa della notte più vera?

Il mio amico Sandro mi dice invece della sua disperazione, al suo posto non vorrebbe vi fosse nessuno, mi abbraccia, poi mi bacia la mano.
È risaputo che lo stato d’animo è una forma di parola nebbiosa, a volte è la domanda che più espone alle lacrime.
- Non essere ingenuo – gli dico, – ingenuo che muori.

2007


 

 

IL PADRE

Un pomeriggio attraversando la campagna di tuo padre, trovai per terra un pezzetto di legno tutto smaltato. Osso, colore d’osso.
Pur mantenendo una certa perplessità, mi dissi ma che sto a perdere tempo in questo modo, meglio lasciar stare. Buttai a terra il legnetto e feci per riprendere il sentiero d’uscita quando mi sentii chiamare.
E… E…!
Non feci nulla, scivolai giù per il sentiero e vidi un uomo. Il sole agli ultimi bagliori però illuminò meglio la figura lontana, era una donna!
Buttai a terra il cesto con i frutti che avevo raccolto e mi lanciai incontro a lei.
Dopo una notte piena di ricordi indifesi, mi staccai dal suo addome caldo e carezzevole. Mi alzai e in silenzio mi guardai intorno sollevato.
Non era poco.

2007


 

 

L'ISOLA

PRIMO QUADRO


Il ponte di una nave. E’ notte fonda. In piedi, un uomo e una donna.

DONNA

E’ accaduto in sogno, due anni fa.

UOMO

Ma adesso siamo nella realtà.

DONNA

Ti amo
(abbassando gli occhi)

UOMO
E questo da quando?

DONNA
(resta in silenzio)


Abbandoniamo questi discorsi, ogni cosa… Torniamo al sogno!
(poi implorante)

UOMO

Questa notte mi avviavo a riprendere possesso del mio tepore sospeso, sotto questa coltre stellata quando…

DONNA

Quando, cosa?
>em>(lo interrompe, con voce timorosa)

UOMO

Quando ho avvertito la tua presenza… il tuo odore.

DONNA

Io, io sentivo soltanto il tuo odore.

UOMO

Perché?

DONNA

E’ così da sempre.

UOMO

Ma tu non dovresti essere chiunque.

DONNA

E’ vero. Sei tu che potresti essere ovunque.

UOMO

Anche nei sogni che stancano?

DONNA

Anche adesso che ti osservo vivente.

UOMO

Chi sei tu?

DONNA

Questa è tempesta. Questa è la tempesta!
(girandosi, a occhi chiusi, verso il buio pesto segue un lungo silenzio)

………..


VECCHIA
(appare dall’oscurità, lentamente, poi si ferma- - non si accorge di altre presenze- e come rivolgendosi a qualcuno)

Cerco l’amore di qualcuno. Sei tu, proprio tu?

(pausa)

Il mio vecchio ha sciolto il suo laccio. Se ne è andato. Ma io, io il mio laccio, me lo terrò ben stretto. Fino al soffocamento!

Il mio vecchio se ne è andato. Non è colpa di nessuno…
Soltanto della vita. Questo è il vero legame che ci opprime.
Come l’esistenza di chi non ha mai vissuto, come il segno dell’amore che non può essere, come una sedia saldamente incollata a un tavolo…
Il mio tavolo di vernice rossa e io che, con buona disposizione seduta di fronte all’avvenire, non avevo paura di quella felicità…
Ora sarei dunque libera?
No! Non lo crederò mai. Sono soltanto sveglia!
Sono la realtà vera, prevaricante, vieta alla sensibilità, piena.
Sono un nervo, contro la ragione.

DONNA

(Appoggiandosi al braccio dell’uomo, bisbigliando)

Ma che dice? Chi sarà?

UOMO

Mai vista, e poi, chi la capisce?

VECCHIA
(riprende)

Dove sei?

Pausa

E questo buio? Questo silenzio che mi grava addosso come un ricordo?
Perché?
La tua voce. L’ho sempre cercata per una vita intera, per non imparare a uccidere. Perché oggi, perché in questo momento, non mi sento amata veramente?

(dentro di sé)
Ripassavo ogni tuo lineamento con le mie dita stanche, ripercorrevo le tue orme leggere, carezzandole mentre il mondo oggi cancella le tue tracce. E a me stessa, è imprevedibile un futuro per noi!

(breve silenzio, si sente qualche rumore di passi e appena dopo, uno “splash”)

DONNA

(terrorizzata, stringendo forte, con tutte e due le mani, il braccio dell’uomo)

Ma… si è buttata!
(a voce altissima, preceduta da un urlo)

SECONDO QUADRO


CAPITANO

Nel salone affollato, musica. E’ ancora notte.

Signori, ecco l’isola!

TUTTI

Oooh!
(Con sorpresa e soddisfazione allo stesso tempo)

FINE


 

 

PISA E PROVINCIA

Pisa e provincia, l’autunno senza importanza è uscito di scena. La natura da martedì sarà tutta nervature! Il mondo ridotto a brace, lo sentirò volare su per il camino, e poi nell’aria tutta intorno. Saggia Toscana, ha gli itinerari che si è voluta prendere, il seme delle cronache che la inseguono.

2007


 

 

PREOCCUPAZIONE

Daniele è a cavallo del grosso tronco, alle sue spalle Leo, quel suo amichetto silenzioso.
Dietro di loro una vegetazione folta, non sono alberi. Nella foto seguente, sono ruderi, ce n’erano tanti all’epoca nel quartiere più malridotto del centro storico.
Un cornicione di chissà quale antico palazzo fa loro questa volta da cavalluccio.
Daniele e Leo adesso agitano le mani, salutano, non è chiaro chi, per quale motivo.
Daniele e Leo sono ritratti sempre da soli in queste foto.
L’esperienza in questi casi suggerisce prudenza. L’analisi delle figure, infatti, è troppo spesso osservazione derivata da altro, per esempio dagli incontri che, possiamo prevedere, da qui a breve saranno trasferiti sugli sguardi di un Daniele, di un Leo.

2007